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Tecnica pianistica, la guida completa per migliorarla consapevolmente

tecnica-pianistica

“Come posso migliorare la mia tecnica pianistica?”

“Perché nonostante ore di studio la mia tecnica non migliora?”

“Perché il mio livello tecnico non progredisce?”

“Come posso uscire dallo stallo tecnico che ormai segna il mio percorso da troppo tempo?”

 Una delle questioni più dibattute in ambito pianistico investe sicuramente il profilo dell’incremento tecnico, pertanto ho deciso di affrontare l’argomento nel modo più approfondito possibile.

Credo sia doveroso precisare però un paio di cose.

Nonostante il termine “tecnica” in ambito pianistico venga ormai inteso in maniera consuetudinaria come l’insieme delle abilità digitali non inerenti la sfera strettamente artistico-musicale, sotto il profilo etimologico il termine techné viene tradotto letteralmente dal greco come “arte”.

Migliorare la tecnica quindi dovrebbe tradursi in “migliorare l’aspetto artistico”, ma sfortunatamente non è così.

In quest’articolo mi limiterò a parlare dei soli aspetti manuali e digitali, senza entrare in merito alle questioni interpretative ed esecutive, troppo complesse da affrontare tramite uno schermo.

All’interno di questo articolo troverai i concetti fondamentali che ti permetteranno di comprendere i motivi dello stallo tecnico, gli strumenti per superarlo e per rendere la tua tecnica pianistica migliore ogni giorno.

  1. Tecnica ed esercizi tecnici
  2. Tecnica pianistica e repertorio
  3. Tecnica pianistica, tra fisica e biomeccanica
  4. Tecnica e anatomia della mano
  5. Tecnica e tempistica di assimilazione e incremento

Tecnica ed esercizi tecnici

tecnica pianistica ed esercizi tecnici

Uno dei motivi per cui la tua tecnica pianistica stenta a migliorare è perché sfrutti troppa parte del tuo tempo al pianoforte ad affrontare gli esercizi tecnici.

“WHAAAAT?!”

So che può apparire come una vera e propria affermazione blasfema per i prosecutori della scuola di pensiero “più esercizi tecnici-tecnica migliore”, tuttavia, la verità non è proprio quella.

Ma andiamo più a fondo, perché gli esercizi tecnici non “migliorano” la tecnica pianistica?

Gli esercizi tecnici hanno da sempre lo scopo di far affrontare al pianista una parte delle sequenze digitali fondamentali nello studio del repertorio pianistico.

Lo studio reiterato delle suddette sequenze, provoca a livello neurale numerose sinaptogenesi, connessioni tra neuroni (cellule che raccolgono informazioni degli impulsi nervosi) che si legano dando vita all’acquisizione di un movimento o di uno schema motorio complesso. 

Gli schemi motori reiterati tramite le sequenze digitali degli esercizi tecnici permettono alle sinapsi di decodificare più velocemente le informazioni ed ottimizzare le connessioni utili allo schema motorio.

Dopo aver studiato correttamente e continuativamente un esercizio, dunque, assistiamo ad uno sviluppo neuro-muscolare determinante che ci permette di padroneggiare una data sequenza digitale.

La stessa cosa avviene per qualsiasi esercizio o schema motorio, quindi, perché  non è funzionale lo studio degli esercizi tecnici in uno stadio pianistico intermedio-avanzato?

Avendo affrontato tutti i manuali di esercizi tecnici per anni, l’unica certezza che hai è questa: hai metabolizzato tutte le sequenze basilari e adesso sai padroneggiarle.

Ora ti faccio una domanda: tutti i brani del repertorio virtuosistico sono composti dalle sole sequenze che hai studiato nei manuali di tecnica? 

La risposta è NO.

Sapresti dunque affrontare un brano come uno studio di Chopin o Liszt con la sola padronanza degli esercizi tecnici? 

Anche in questo caso la risposta è NO. 

Gli esercizi tecnici quindi non devono fungere da strumento principale per l’incremento della tecnica pianistica, bensì da strumento COMPLEMENTARE. Sfruttare un esercizio accoppiandolo ad un determinato brano può essere utile, come può essere altrettanto utile sfruttare la tecnica di un altro brano/studio per sostenere ed incrementare quella del brano che stiamo studiando.

Gli esercizi tecnici, non sono da considerarsi futili, tuttavia non vanno nemmeno sopravvalutati, vista la loro utilità circoscritta alle sole sequenze affrontate.

Molti grandi concertisti del passato ripudiavano totalmente lo studio degli esercizi tecnici  per vari motivi, ma il motivo di fondo che veniva condiviso nelle loro teorie era uno e uno solo: ciò che non implica la sensibilità musicale non è funzionale alla crescita artistica del pianista.

Condividere o meno questa tesi causa una diatriba tra le varie scuole di pensiero, tuttavia se troviamo i punti in comune delle stesse, possiamo affermare che:

  1. Gli esercizi tecnici possono essere una buona “palestra” per acquisire e migliorare le sequenze basilari del pianismo;
  2. Possono sostenere lo studio di un brano tramite una visione smart dello studio;
  3. Non possono sostituire in toto né in parte lo studio sperimentale dei brani del repertorio virtuosistico.

Molti esercizi utili di tecnica pianistica avanzata puoi trovarli nel manuale completo (12 volumi in 1) della tecnica di Liszt.

Tecnica pianistica e repertorio

Ogni stile compositivo ed ogni tipo di repertorio è utile alla crescita pianistica.

Change my mind.

Quando affrontiamo il repertorio che si addice di più al nostro essere e alle nostre preferenze, tendiamo spesso a tralasciare il resto, sminuendo l’importanza della conoscenza a 360°.

La tendenza diffusa nel prediligere in maniera esclusiva un tipo di repertorio è sicuramente una delle cause delle lacune tecniche che non ci permettono di progredire e di completare il nostro bagaglio tecnico/artistico.

Quindi studiare Bach serve anche a migliorare la tecnica pianistica? Assolutamente SI.

E Beethoven? Altrettanto, come anche Scarlatti, Scriabin, Rachmaninoff, Liszt, Chopin, Shostakovich, ogni tipo di repertorio e ogni stile compositivo dà il suo contributo all’incremento tecnico e alla conoscenza dell’evoluzione della letteratura pianistica.

Certamente ogni stile poi è segnato da un’impronta diversa, visti anzitutto i grandi cambiamenti che si sono susseguiti sia in campo strumentale che compositivo, pertanto è necessario distinguere le variabili come:

  • Il tocco richiesto
  • L’approccio allo studio
  • Lo schema armonico
  • La forma

 Sicuramente adesso ti starai chiedendo “Sì, va bene, è necessario studiare tutto, ma come faccio io a studiare i brani più virtuosistici?”

Il segreto è che non esiste nessun segreto se non quello di SPERIMENTARE.

Cosa intendo per SPERIMENTARE? Sicuramente ti sarai imbattuto centinaia di volte in passato nei famosi tutorial pianistici (utilissimi) su come affrontare certi brani o certi passaggi.

Magari ti sarai anche chiesto “come fanno questi qui a conoscere queste FORMULE MAGICHE per studiare il brano ed affrontare le difficoltà trovando delle soluzioni?”

Semplice, SPERIMENTANDO. Sperimentare vuol dire essere CREATIVI, vuol dire affrontare il problema con intelligenza, vuol dire essere VIRTUOSI. 

Ma quali sono i mezzi per sperimentare? Ecco, su questo è giusto che io ti dica una cosa, non esiste un protocollo di riferimento per iniziare a sperimentare, tutto é lecito per raggiungere il risultato sperato.

Esistono sicuramente numerosissimi escamotage utilizzati dai grandi del passato che aiutano gli esecutori contemporanei ad affrontare i problemi della tecnica pianistica avanzata ed uno dei più conosciuti è indubbiamente il metodo delle varianti ritmiche.

Le varianti ritmiche permettono di scomporre le battute, gli incisi, le semifrasi o le frasi in diversi modi.

Avendo come riferimento una quartina di semicrome, ad esempio, esse possono essere scomposte in centinaia di modi come:

  • Croma più terzina;
  • Terzina più croma;
  • Semicroma puntata più biscroma, Semicroma puntata più biscroma;
  • Biscroma più semicroma puntata, Biscroma più semicroma puntata;
  • Due semicrome legate, due semicrome staccate;
  • Due semicrome staccate, due semicrome legate.

Questi sono solo alcuni degli esempi delle varianti che possono essere applicate al passaggio specifico, pertanto tramite la sperimentazione possono nascerne sempre di più.

Magari alcune risulteranno più funzionali e altre meno, dipendentemente non solo dalla struttura del passaggio, bensì anche dalla propria mano e dalle proprie peculiarità digitali.

Alcuni didatti del passato hanno tramandato alla didattica contemporanea un rifiuto categorico delle varianti ritmiche per lo studio di determinati stili compositivi, come quello classico o barocco.

I motivi di questa presa di posizione, spesso rimasti ingiustificati, lasciano trasparire una certa superficialità di scelta verso gli esecutori che ne traggono vantaggio, tuttavia, al fine di non prendere le parti di nessuno, l’idea che segna le mie sessioni di stu al pianoforte si riallaccia alla frase di Gandhi “Nessun uomo è inutile, se allevia il peso di qualcun altro “ trasformandola in “Nessuna soluzione è inutile, se allevia il peso dello studio”.

Ti basti pensare che uno dei pionieri del protocollo delle varianti ritmiche era proprio Franz Liszt, che, all’interno dei suoi stessi esercizi tecnici, sfruttava le varianti continuamente e le concepiva come una soluzione utilissima alla stregua delle sequenze usate.

Il campo sperimentale che tuttavia mi affascina ogni giorno di più è quello dell’alternanza delle velocità.

Studia lentamente e poi velocizza poco a poco”

Ognuno di noi almeno una volta nella vita ha affrontato quest’approccio, consigliatissimo negli ultimi tempi in ambito conservatoriale.

È davvero tanto utile la scalata metronomica “tacca dopo tacca”?

Lo studio lento è sicuramente un tassello fondamentale per l’apprendimento e l’acquisizione degli schemi motori, tuttavia l’aumento graduale dal tempo lento a quello veloce non deve per forza sfruttare l’andamento ascendente del metronomo.

Le alternanze come “Veloce-Lento-Moderato-Lento” stimolano:

  • nel caso del lento-moderato l’acquisizione e la focalizzazione del movimento;
  • nel caso del tempo veloce, la velocità stimola invece una risposta neuromuscolare sempre più celere.

La discontinuità dell’andamento ritmico è uno dei problemi che si presenta al cospetto di molti aspiranti pianisti, che, prediligendo una o l’altra versione (studio sempre veloce o sempre lento) abituano il complesso sistema di nervi e muscoli ad abituarsi.

L’alternanza dei tempi metronomici allora è la soluzione a tutti i mali? No, perché se il movimento acquisito è viziato in termini di impostazione-approccio-controllo i progressi stenteranno ad arrivare.

Cosa vuol dire? Vuol dire che nonostante l’utilizzo di protocolli di velocità ben precisi, se il tocco, il movimento del braccio, dell’avambraccio, del polso, delle dita, delle falangi non sono correttamente impostati e (anche in questo caso) sperimentati, il risultato potrebbe riservare brutte sorprese.

Viziare il movimento fin dai primi minuti di studio del brano, infatti, potrebbe segnare negativamente anche a lungo termine il risultato artistico ed esecutivo e uno stallo della propria tecnica pianistica.

Risulta essere fondamentale quindi settare fin dai primi istanti di studio sia un protocollo di velocità progressivo (non obbligatoriamente graduale), sia un’analisi approfondita di ogni movimento utile alla resa esecutiva del brano stesso.

 

Tecnica pianistica, tra fisica e biomeccanica

“Cosa accade quando un dito riceve lo stimolo per colpire un tasto?”

 

Affinché ogni pianista possa ritenersi completamente consapevole riguardo alle  scelte delle proprie modalità esecutive, è fondamentale affrontare argomenti come la fisica e la biomeccanica del gesto pianistico.

Questi argomenti non dovrebbero essere tuttavia intesi come fondamentali esclusivamente per la categoria “avanzata”, poiché, conoscere fin da subito i concetti che stiamo per trattare sarebbe una marcia in più soprattutto per i nuovi arrivati nel mondo pianistico.

Conoscere dettagliatamente il complesso sistema di leve sfruttate durante l’esecuzione, infatti, rende tutto il lavoro futuro di ogni pianista sicuramente più semplice e intuitivo.

Vincenzo Scaramuzza, grande pianista e didatta del ‘900, tra i quali allievi figurano Martha Argerich, Fausto Zadra e Roberto Castro, costruiva le fondamenta della tecnica pianistica di ogni nuovo allievo tramite lo studio approfondito della muscolatura, della postura, della respirazione e della fisica del gesto pianistico.

Egli riteneva che lo studio dettagliato sui muscoli e articolazioni di ogni dito portava lo studente, più o meno giovane, ad acquisire la consapevolezza necessaria per diventare un artista.

Il suo essere esageratamente perfezionista ed altrettanto irascibile lo portava spesso ad avere discussioni molto pesanti con i genitori degli allievi più piccoli (a cui egli stesso riservava trattamenti analoghi a quelli degli adulti) che ritenevano che i protocolli e i concetti affrontati erano troppo avanzati per i giovani pianisti.

Nonostante i modi poco carini e cordiali, Scaramuzza era sulla strada giusta.

 

Fisica del gesto pianistico

I fattori fisici che influiscono sul gesto pianistico sono 4:

  1. H – L’altezza di partenza del dito che sta per colpire il tasto;
  2. V – La velocità con cui il dito colpisce il tasto;
  3. M – La massa della mano e delle dita;
  4. F – La forza attuata nel colpire il tasto.

Ognuno dei suddetti fattori è determinante per il gesto pianistico e, rispettando adeguatamente il principio di complementarietà degli stessi, ogni pianista potrà diagnosticare il problema che afferisce un determinato brano/passaggio.

Tramite l’analisi di questi fattori, è inevitabile constatare dunque l’aspetto squisitamente soggettivo degli arti di ogni pianista, perché, soprattutto nel caso della massa e della forza, ogni soggetto ha le sue peculiarità.

C’è chi ha una mano molto pesante e forte, mentre al contrario c’è chi ha a disposizione delle mani esili e delle dita deboli, pertanto, a prescindere dall’analisi di altezza e velocità di discesa del dito, ogni pianista deve ricercare quell’equilibrio che determina un attacco del tasto idoneo al beneficio sia articolare che artistico.

Imitare i gesti esecutivi di un concertista o semplicemente di un altro esecutore dunque non apporta talvolta i benefici sperati per la questione squisitamente soggettiva che determina immancabilmente la differenza sostanziale tra un pianista e un altro. 

Biomeccanica del gesto pianistico

 

Avendo tracciato le fila della fisica applicata al gesto pianistico, è doveroso aggiungere alcuni concetti che sono strettamente correlati alla mera altezza, velocità, forza, o massa.

Questo è necessario affinchè sia compreso a fondo non esclusivamente l’importanza del dito che colpisce, bensì della complementarietà delle leve a sostegno dello stesso.

La prima distinzione da fare riguarda due concetti:

  1. Indipendenza
  2. Interdipendenza 

Nel primo caso (INDIPENDENZA) il lavoro delle dita è esclusivo e non supportato dall’uso delle altre leve a sostegno come il polso, il braccio e l’avambraccio.

Nel secondo caso (INTERDIPENDENZA) invece tutti i muscoli a supporto delle dita vengono sollecitati al fine di coordinare e sostenere il movimento delle stesse.

Molte scuole di pensiero basano le loro teorie sulla FORZA delle dita, dove appunto la muscolatura delle stesse deve essere allenata in maniera indipendente affinché diventino più forti senza l’ausilio dei muscoli complementari. 

Altre, a mio avviso più complete, creano un rapporto diretto tra indipendenza ed interdipendenza, in cui l’indipendenza delle dita viene influenzata in tutto o in parte dalla collaborazione di tutti i muscoli di supporto.

Poco comprensibile, è meglio fare un esempio.

Poggia le 5 dita di una delle due mani sulle rispettive note MI-FA#-SOL#-LA#-SI, blocca il polso con la mano che non sta suonando e cerca di suonare dal primo al quinto dito (e ritorno) col polso bloccato.

In questo caso le dita stanno eseguendo in maniera indipendente, senza quindi l’ausilio dei muscoli del polso o dell’avambraccio.

Adesso ripeti l’esercizio di prima tenendo le dita ferme a contatto coi tasti e sfruttando il solo movimento del polso per suonare le note indicate (scomodo, anzi, scomodissimo).

In questo caso, tramite un’impostazione manuale del genere, le dita diventano immancabilmente DIPENDENTI nei confronti dei movimenti di supporto, rimanendo deboli e poco coordinate.

Adesso ripeti per l’ultima volta l’esercizio, stavolta sfruttando sia le dita che i movimenti del polso a supporto, ruotando il polso verso destra mentre ti avvicini al 5 dito o verso sinistra mentre ti avvicini al 1 dito.

Questi due movimenti prendono il nome di  PRONAZIONE E SUPINAZIONE.

La pronazione è quel movimento di rotazione interna in cui il palmo è orientato verso il primo dito. 

La supinazione è invece il movimento rotatorio esterno in cui il palmo si orienta verso il quinto dito.

Questo vuol dire che, in riferimento all’esercizio riportato sopra, durante la salita il movimento rotatorio sarà quello di supinazione, mentre quello di discesa sarà invece di pronazione. 

I due concetti sopra descritti riguardano i movimenti rotatori della mano.

La mobilità e l’aspetto articolare delle dita e del polso tuttavia fa riferimento anche ai movimenti esclusivamente laterali.

Nel caso della lateralità degli spostamenti, troviamo invece la deviazione radiale e la deviazione ulnare.   

Nel primo caso, la mano, seguendo il proprio asse, si sposta permettendo al pollice di orientarsi verso l’interno, mentre nel secondo caso, la mano si sposta permettendo al mignolo di orientarsi verso l’esterno.

L’ultimo grado di mobilità del polso che andremo ad analizzare riveste i movimenti di flesso-estensione.

Il movimento di flessione porta il polso verso il basso orientando il palmo della mano verso l’avambraccio, mentre il movimento di estensione allontana il palmo dall’avambraccio, portandolo in alto e avvicinando la zona dorsale del polso all’estremità opposta dell’avambraccio.

Tutti questi movimenti sono utili al pianista? Non sono utili, sono FONDAMENTALI per una tecnica pianistica avanzata, tuttavia è necessario ribadire che, qualsiasi movimento non controllato/viziato/esagerato non apporta benefici, anzi, peggiora la situazione.

Il mio consiglio è sempre lo stesso, SPERIMENTATE con arguzia, alternando lo studio dell’indipendenza delle dita a uno studio interdipendente, cosicché le dita non si impigriscano e che i recettori ricevano tutti i segnali possibili per creare una sintesi ottimizzata del movimento. 

Tecnica pianistica e anatomia della mano

Ossa, muscoli, tendini e legamenti

La mano possiede una struttura alquanto complessa che include ossa, articolazioni, tendini, vasi sanguigni e innervazioni.

Il palmo della mano è la regione anteriore della mano, mentre il dorso è quella posteriore.

Tra le ossa della mano troviamo: ossa carpali (del polso), ossa metacarpali, e falangi. Sebbene le falangi vengono spesso ricollegate al muscolo, esse sono, anatomicamente parlando, delle ossa, e sono 3 per 2°, 3°, 4° e 5° dito mentre solo 2 per il primo dito (ecco il perchè dell’importanza del supporto dei movimenti di supinazione e pronazione). 

Grazie ai legamenti, formazioni di tessuto connettivo che legano due ossa o due parti di uno stesso osso, possiamo riscontrare i movimenti di cui abbiamo appena parlato. 

A dare vita a questi movimenti del polso, come a quelli delle dita, tuttavia, troviamo una numerosa serie di muscoli di cui mi limiterò a parlare in linee generali. 

Risulta innanzitutto necessaria la distinzione tra muscoli flessori e muscoli estensori. 

I primi sono volti alla flessione delle dita (le dita si piegano verso l’interno), mentre i secondi hanno il compito di estendere le dita, aprire quindi la mano e portare le dita verso l’esterno. 

I muscoli che permettono i movimenti del polso sono localizzati nell’avambraccio. Si tratta degli estensori del carpo (radiale breve, radiale lungo e ulnare), dell’estensore comune delle dita e dell’estensore lungo del pollice, dei flessori del carpo (radiale e ulnare), del flessore superficiale delle dita e del flessore lungo del pollice

Riguardo ai muscoli delle dita è importante differenziarli in: muscoli intrinseci e muscoli estrinseci. 

I primi riguardano i muscoli che si trovano solo ed esclusivamente nella mano, mentre i secondi riguardano i muscoli che collegano avambraccio, polso e dita. 

Tra i muscoli intrinseci, quelli che più ci interessano sono i lombricali, ovvero quelli che originano dai tendini dei flessori delle dita e che contribuiscono all’articolazione dei muscoli del metacarpo e delle falangi. 

Questa distinzione è molto importante poiché spiega in poche parole che le dita non sono del tutto autonome rispetto al resto della muscolatura, pertanto possono agire sia in maniera più indipendente rispetto agli altri muscoli di supporto che interdipendentemente. 

L’ultimo concetto, ma non il meno importante, da trattare a riguardo è quello dei tendini.

Un tendine è una struttura fibrosa che lega un osso ad un muscolo, contrariamente ad un legamento che lega due segmenti ossei. 

E’ famoso in campo artistico, come in campo atletico, il riferimento alla tendinite. Vediamo di capire cos’è ed andare a fondo.

La tendinite indica un’infiammazione a carico di un tendine, nel nostro caso i tendini della mano. 

Tra i vari tipi di tendinite troviamo, in ambito pianistico: 

  1. Tendinite al tendine estensore, ovvero il tendine legato ad un muscolo estensore;
  2. Tendinite al tendine flessore, tendine legato ad un muscolo flessore.

 

La più comune nel nostro caso è chiaramente quella del muscolo flessore – vista l’attitudine del pianista di dover dare spinta soprattutto verso il basso e quindi flettere – piuttosto che quella del muscolo estensore, seppure non poco comune. 

L’infiammazione a carico del tendine che comunemente chiamiamo tendinite, è spesso dovuta dal sovraccarico funzionale delle dita che lavorano troppo o lavorano male, pertanto è utile ribadire per l’ennesima volta la necessità del rilassamento, del riposo, e dello stretching. 

Quando si sta per ore al pianoforte senza riposare la mano, usando troppa energia (derivante da tensione) da cui deriva a sua volta stanchezza e stress muscolare-tendineo, si rischia di incorrere nella tendinite. 

Ciò non vuol dire che studiare tanto sia controindicato, né che l’energia di tutti i muscoli della mano non risulti essere importante, tuttavia stabilire dei protocolli che prevedano stretching, riposo e anche una corretta analisi del movimento e del rilassamento, sia fondamentale nel prevenire infortuni tendinei dolorosi e che richiedono lunghi periodi di recupero, oltre a crioterapia, laser ed esercizi di allungamento.

La contrazione incontrollata e prolungata di muscoli della mano o anche del solo avambraccio, possono causare anche l’epicondilite, ovvero una tendinopatia riguardante i tendini laterali del gomito. 

La sensazione di dare troppa energia col tricipite o quella di andare troppo a fondo sui tasti usando una pressione sconsiderata, sono spesso la causa dell’epicondilite.

Il sovraccarico funzionale (ripetizioni e ripetizioni senza tregua) in questo caso risulta essere più ‘’secondario’’ rispetto alle tendiniti succitate, poiché il rilassamento della zona dell’avambraccio e del gomito eviterebbe l’insorgenza dell’infiammazione. Spesso, tuttavia, si tende a dare troppo e a fare troppo, correndo rischi inutili e pericolosi per  la nostra carriera.

Fibre muscolari

 

Le fibre muscolari rappresentano l’unità morfologica del muscolo scheletrico, ovvero, semplicemente le cellule che costituiscono il tessuto muscolare. 

All’interno del muscolo scheletrico troviamo due tipi di fibra: la fibra bianca e la fibra rossa. 

Le fibre bianche, o fibre di II tipo, chiamate altresì fibre a contrazione rapida, intervengono nelle azioni rapide ed intense e richiedono un grosso impegno neuromuscolare. 

Al fianco di fibre puramente veloci ma che si affaticano più rapidamente (fibre di tipo II B), abbiamo fibre un po’ meno veloci nel contrarsi ma più resistenti nel lungo termine, ovvero le fibre di tipo II B o chiamate anche FR, fatigue resistant (resistenti alla fatica).

Le fibre rosse invece, chiamate anche fibre lente, si focalizzano maggiormente sul lavoro aerobico e determinano una minore reattività rispetto alle fibre bianche.

Il pianista sfrutta entrambe le fibre muscolari, pertanto è assolutamente fuori luogo prediligere il solo sviluppo della forza/resistenza/reattività. 

Ciò di cui ha bisogno il pianista è la prontezza della mano e la celerità del gesto (anaerobico), prodotta maggiormente dalle cellule veloci. 

L’isometria e gli esercizi sullo sviluppo della sola forza delle dita sono dunque dannosi e controproducenti se non affiancati da uno sviluppo delle contrazioni muscolari celeri.

E’ sbagliato dire oltretutto che abbiamo solo bisogno di uno o l’altro tipo di fibre per suonare il pianoforte, poiché fisiologicamente e anatomicamente il nostro corpo deve usarli entrambi congiuntamente, sta a noi focalizzare lo studio in uno o nell’altro senso.  

Stretching muscolare

 

L’allungamento muscolare è stato riconosciuto dalla medicina sportiva come elemento di fondamentale efficacia nella prevenzione degli infortuni muscolari e nel trattamento delle malattie osteo-articolari. 

L’estensibilità del muscolo influisce in maniera rilevante non solo in ambito sportivo, bensì anche in quello pianistico. Scopriamo il perché.

Nel pianismo, i muscoli più conosciuti e più utilizzati, in maniera diretta o collaterale, sono sicuramente i muscoli flessori, che si occupano della flessione delle dita, e i muscoli estensori, che invece permettono alle stesse di estendersi. 

Nel gesto pianistico, i suddetti muscoli vengono sollecitati in maniera ciclica e continuativa. Il dito, infatti, si flette per colpire il tasto e immeditamente dopo si estende per staccarsi dallo stesso. 

Il reiterarsi di quest’alternanza produce uno sforzo muscolare continuativo che può portare, se non controllato, ad un vero e proprio sovraffaticamento. Questa reazione fisiologica dell’apparato muscolo-scheletrico presenta una sintomatologia ben precisa, che include debolezza, dolore localizzato, irrigidimento e crampi. 

Cosa fare per evitarlo? Per prima cosa, è fondamentale non sovraccaricare i muscoli e i tendini con protocolli di studio esageratamente pesanti. A scopo preventivo, è altresì consigliata l’introduzione di una finestra di allungamento muscolare pre e post seduta di studio. 

Perché è utile? Tra i benefici dello stretching troviamo: l’aumento della flessibilità muscolare, l’allentamento della tensione muscolo-tendinea, l’incremento della performance e, se correlato ad esercizi di respirazione, può essere utile anche nel combattere l’ansia. 

In sintesi, è consigliato sfruttare una finestra di allungamento muscolare di 3-5 minuti prima di inizare a studiare e un’altra analoga nel post-seduta.

 

Tecnica pianistica, tempi di apprendimento e incremento

L’importanza della ripetizione 

 

L’apprendimento di un preciso schema motorio implica uno sforzo continuativo e attento riguardo ai movimenti da effettuare.

La capacità di apprendimento motorio indica la capacità di apprendere un movimento.

Essa risulta essere in crescita dall’età prescolare fino al periodo pre-adolescenziale, dove poi il livello di apprendimento e memorizzazione si stabilizza, per poi avere un declino graduale nell’età adulta.

Quando si apprendono nuove abilità, il programma motorio viene pianificato lentamente e con movimenti non ancora ottimizzati.

La sequenza di ogni movimento, anche impercettibile, imposta delle fasi strutturali che si consolidano nel tempo e creano delle automazioni metabolizzate a livello neuromuscolare.

Il cervello, dunque, fin dalle prime note studiate, recepisce i segnali dei primi schemi motori e li consolida.

Tramite la reiterazione degli stessi schemi  nell’arco del tempo, i movimenti automatizzati diventano più fluidi e precisi, tuttavia, se il movimento è viziato fin dall’inizio, non basta solo cercare di modificarlo, bisognerebbe distruggere le componenti strutturali del movimento viziato e sostituirle con quello corretto.

Questo procedimento richiede un dispendio di tempo ed energia molto elevato, pertanto capisci quanto possa essere importante avere delle buone basi fin da subito?

La ripetizione, in ambito pianistico, come in numerosi altri ambiti, determina un miglioramento a breve e lungo termine, tuttavia non è l’unico ingrediente per migliorare la tecnica o i passaggi che affrontiamo al pianoforte. Perché?

Fino ad ora abbiamo visto la correlazione tecnica-repertorio, tecnica-fisica, tecnica-biomeccanica, tecnica-anatomia, utili nella comprensione delle problematiche pratiche, adesso invece parliamo di qualcosa di più teorico-sperimentale.

Esiste un numero di ripetizioni PERFETTO per acquisire un movimento?

Esiste una soglia di tempo dopo la quale è sicuro che il movimento sia realizzato adeguatamente?

No, però c’è un grosso PERÒ. 

Non è infatti il solo ripetere lo schema motorio a consolidarlo, bensì il COME lo si sta ripetendo, se lo si sta ripetendo velocemente, lentamente, col polso alto/basso, con pronazione/supinazione più accentuata e così via.

Ogni segnale captato dal nostro cervello avvia un processo di ottimizzazione, che, riguardo alle tempistiche soggettive, varia enormemente in base a numerosi fattori come:

  • Età
  • Età d’inizio dello studio del pianoforte
  • Livello tecnico attuale
  • Quantità di studio
  • Continuità nello studio
  • Livelli di concentrazione
  • Livelli di aspettativa/ambizione
  • Riposo
  • Ritmi sonno-veglia
  • Alimentazione
  • Rapporti sociali
  • Livello culturale
  • Attività fisica 

Tutti questi fattori considerati secondari, in realtà sono ESTREMAMENTE determinanti sia per l’incremento della tecnica pianistica che per la crescita artistica.

Ripetere quindi un passaggio in maniera robotica non ti trasformerà in Sviatoslav Richter, non ti renderà un concertista con una tecnica strabiliante, ti aiuterà sicuramente nell’apprendimento motorio, ma non sarà sufficiente per la crescita esponenziale dettata da tutti i fattori che ti ho appena indicato. 

L’importanza del riposo

 

Ti è mai capitati di andare in palestra e vedere indicato accanto al numero di serie e ripetizioni il minutaggio che indica quanto riposare? 1 min? 2 min? 5 min?

Quell’arco temporale è fondamentale per il recupero muscolare e per il consolidamento dello schema motorio.

Siamo consapevoli dello sforzo muscolare continuo che segna le sedute di studio di ogni pianista, quindi, a livello muscolare, accade la stessa identica cosa, tuttavia, riguardo alla routine del pianista, tutti parlano di “esercitarsi, esercitarsi, esercitarsi” e mai di “riposare”.

Perché riposare risulta essere così tanto importante per l’apprendimento?

Durante lo studio, tutte le informazioni che il nostro cervello riceve vengono metabolizzate tramite associazioni, permettendo al pianista di sfruttare varie tipologie di memoria:

  1. Memoria cinestetica
  2. Memoria musicale/uditiva
  3. Memoria fotografica
  4. Memoria visiva/di tastiera

Affinché le associazioni acquisite non vengano rimosse velocemente, le nostre sinapsi e il nostro sistema nervoso centrale in generale, hanno bisogno di riposare.

Perché? Cosa accade durante il periodo di riposo?

Le sinapsi si “rilassano” rimanendo flessibili, permettendo al cervello e più nello specifico alla neuroplasticità di continuare ad apprendere e consolidare.

Affinché le interferenze, create da troppe informazioni acquisite (sovrasaturazione), non intacchino il nostro processo di memorizzazione, è necessario settare, durante lo studio, delle pause finalizzate al recupero.

Nuovi studi hanno dimostrato infatti che periodi di 10-15 minuti di riposo senza distrazioni (smartphone, tv o pc) aiutino il soggetto a consolidare la memoria e non gettare nel dimenticatoio ore di studio.

Una finestra di 10-15 minuti di riposo assoluto per ogni ora di studio, garantirà allo studente un’acquisizione ottimale delle associazioni create durante lo studio.

DORMIRE, DORMIRE, DORMIRE!

“Chi dorme non piglia pesci”, sacrosanto, ma anche chi non dorme, nel nostro caso.

E’ stato dimostrato infatti che il sonno ristoratore, non solo rende più reattivo il cervello, ma aumenta i livelli di concentrazione, di attenzione e di apprendimento.

La quantità di sonno sufficiente a garantire delle abilità intellettive più performanti si aggira intorno alle 6/8 ore di sonno, tuttavia anche in questo caso non basta dormire tanto, poiché una qualità scadente del sonno rovinerebbe quanto detto finora.

Riposare dunque non va inteso come motivo di oziare, bensì come ricarica, poiché senza energie, l’organismo funziona a rilento e le nostre abilità pianistiche ne risentono inevitabilmente.